Giappone: la scalata al Monte Fuji

Tra le Aquile sul picco del mondo

Per un momento ho creduto di essere in paradiso….. le nuvole bianche come panna montata sotto di me, la fierezza e la solidità di questa montagna che aveva sostenuto il mio corpo che si era fatto sempre più pesante e  il sole con i suoi raggi che illuminavano il palcoscenico di un’alba che resterà per sempre impressa nel mio cuore.

Si chiama Monte Fuji e in una notte di agosto ho scelto di scalarlo perché come tutti quelli che mi sono trovata a fianco nella “traversata” verso la vetta, l’obiettivo è vedere la luna che lascia il posto al sole in un luogo che ha qualcosa di mistico e magico, perché questo è il Giappone, mistico e magico. E questo monte, che è un simbolo per il paese del Sol Levante, è lì, in tutta la sua maestosità al pari di un grande Budda che veglia su ognuno di noi.

Col senno di poi posso dire che affrontare il Monte Fuji, calpestare la sua terra, toccare le sue rocce, salire alla sua altezza ed entrare in comunione con tutto quello che è e rappresenta, è stato per me non solo un viaggio nel viaggio, ma anche un viaggio dentro me stessa e dentro le mie paure.

Ecco i numeri della mia impresa:
8 compagni di viaggio in totale, 7 ore di cammino 3.776 metri sopra il livello del mare e di potenza sotto i piedi; 1 paio di scarpe da trekking leggero, 1 pantalone in cotone pesante, 1 t-shirt manica corta, 1 felpa, 1 giubbotto antivento, 1 cappello di lana, 1 paio di guanti di pile, 1 pila frontale (fondamentale in quanto lascia libere le mani per l’arrampicata, mentre sconsiglio vivamente le torce) 1 zaino con acqua, 1 paio di sneakers di ricambio.
Questo era tutto quello che avevo con me, anche se qualche ora più tardi, ho pensato che l’errore più grave è stato quello di non aver indossato delle vere scarpe da trekking, una sciarpa o un passamontagna, perché alla partenza fa caldo, ma man mano che si sale il freddo e il forte vento saranno gli unici veri compagni di viaggio.

ristorante monte FujiL’avventura è iniziata con un autobus in partenza dalla stazione Shinjuko di Tokyo. Dopo circa 2 ore di viaggio si raggiunge la  Fuji Subaro, ovvero la 5 stazione  su un totale di 10 che si trova a 2300 metri di altezza, ed è da lì che la vera sfida ha inizio e col senno di poi sono contenta di essere arrivata con l’autobus alla 5.
Il bus termina la sua corsa in una piazza dove si trovano dei negozi, ristoranti, bar, una sorta di piccolo villaggio-ristoro utile sia per chi parte che per chi ritorna dalla scalata. Scesi dal bus ci incamminiamo verso il rifugio Sato Yamagoya che avevamo prenotato per  cenare e fare un piccolo riposino prima di partire per la scalata. Il rifugio è molto spartano, non è proprio caldissimo e la stanza da letto è in realtà una grande camerata con letti a castello tutti uniti dove riposare per 2-3 ore.
Tanta era la mia eccitazione e la voglia di mettermi in “viaggio” che non ho dormito nemmeno un minuto.

Il rifugio si trova proprio a ridosso del percorso che abbiamo scelto di seguire, lo Yoshida Trail, che sale sul versante nord della montagna, ideale per chi come noi vuole ammirare l’alba; il sole, infatti, sorge proprio da quel lato. Pare che sia, per usare un eufemismo, quello più frequentato…in realtà a prescindere dal percorso che decidiate di fare troverete veramente tantissime persone, scordatevi di fare i lupi solitari a contatto con la natura…e così come “tutte le strade portano a Roma”, ogni percorso alla fine convergerà  all’ottava stazione.
Ore 23.47 dell’11 agosto 2015: partiamo uno dietro l’altro, lasciandoci alle spalle il rifugio. Il sentiero iniziale è molto stretto e il buio è così profondo da sembrare quasi denso. Inizio subito a sentire un gran caldo, mi tolgo la felpa, la allaccio alla vita e il giubbotto finisce nello zaino. Impreco con me stessa per aver portato tutte queste cose che mi impicciano. Resto con la maglietta a manica corta e la torcia in testa che al momento mi pare la vera cosa utile. Cerco di fare luce anche ad Alessia, una mia compagna di viaggio che non ha la pila e mi viene subito in mente una frase tratta da un gosho buddista che dice “se accendi una lanterna per un altro anche la tua strada ne sarà illuminata”. Bene penso perché avrò bisogno di tanta luce e saggezza perché sono già stanca e non sono a nulla.

salita su monte FujiPer facilitarne la scalata in molti punti il percorso è fatto a scale….non che la salita in questo modo sia meno faticosa vista l’altezza di questi scalini, quindi lo sforzo alla fine è forse maggiore…e i miei muscoli affaticati iniziano a farsi sentire.

Come preannunciato non siamo soli, con noi altri pazzi furiosi che vogliono arrivare in cima. Cerco di parlare il meno possibile e di concentrami sui passi, uno davanti all’altro, un passo per volta, senza fretta. Non voglio pensare al tempo che ci metterò…si dice che in media bastino dalle 6 alle 7 ore ma in quella situazione quelle ore mi sembrano un’eternità.

Ogni tanto alzo lo sguardo e davanti a me si staglia un muro con al centro tante piccole luci che si muovono a zig zag. Lucciole? Naaaa! Sono gli altri scalatori, molto ma molto più avanti di me…e mi prende il panico perché penso “io sono qua…e devo arrivare fin lassù???”.Quelle piccole torce infatti mi fanno vedere dove è la vetta e la mia mente mi tormenta con il classico “non ce la farai mai…”. E’ vero, non ce la faccio già più. Questa salita è veramente troppo faticosa, poi man mano che avanzi l’altitudine si fa sentire, il respiro si fa più difficile, il cuore batte all’impazzata….e la cosa…da un certo punto di vista mi rende felice perché ciò significa che sono ancora viva .
Sento le gambe andare a fuoco,  il dolore è forte, non sono allenata. Il massimo per me è correre per 10  km lungo il Naviglio a Milano mentre qua devo arrivare di notte con una torcia in testa a 3776 metri. In ogni caso si può essere allenati e sportivi quanto si vuole, ma una scalata al monte Fuji richiede una preparazione alla quale non ci si può certo preparare.

Dopo circa due ore, 4 dei miei compagni di viaggio rinunciano, alzano bandiera bianca e io resto con Luca, Alessia, Renate e Fabrizio. Mi prende lo sconforto, mi sento la più debole, ho il terrore di non farcela e che loro proseguiranno senza di me lasciandomi sola….ma ho riflettuto e ho ripensato ciò che mi ha spinta ad arrivare fino qui, all’aspettativa di ciò che avrei visto sulla vetta, e non mi sono fermata.

Man mano che saliamo la temperatura inizia ad abbassarsi e io mi rimetto il mio misero “equipaggiamento” addosso. Ogni stazione che incontro lungo il percorso per me è come acqua nel deserto, un piccolo miracolo. Cerco di riposarmi per qualche minuto, senza mai entrare nei rifugi, mi siedo su panche di legno, ma per poco tempo altrimenti i muscoli si freddano e poi il vento è troppo forte.
Cerco di stare dietro alla mia amica Alessia che salta come una gazzella, si ferma nei rifugi e dopo 10 secondi è pronta a ripartire.  Lei zampetta senza problemi,mi dice che è il freddo che la fa camminare a velocità sostenuta…deve andare altrimenti diventa un ghiacciolo e io mi sforzo di starle, ma il freddo e la stanchezza sono tali che non so se ce la farò…

Nella fase finale il mio corpo mi chiede una sosta un po’ più lunga e possibilmente al caldo, quindi decido di entrare nel rifugio. Entro, mi siedo e con mia grande sorpresa scopro che il tutto è temporizzato. Ciò significa che ho 20 minuti di tempo per sedermi, riposarmi consumare – obbligatoriamente – e poi lasciare posto a qualcun altro. Infatti, allo scadere dei 20 minuti vengo invita gentilmente ad uscire. Volendo puoi restare di più, ma devi pagare.

L’uscita dal rifugio è stata uno choc. Riprendere a camminare è stata durissima, il freddo era sempre più forte, il vento tagliava il viso e devo dire che nel rush finale ho avuto davvero una crisi. La mia mente ha deciso che non voleva più salire ma per fortuna ho avuto con me Luca il mio “personal mental coach” che mi ha incoraggiata a salire, che mi ha sostenuta, perché non potevo certo alzare bandiera bianca ad un passo (per modo di dire) dall’obiettivo.cartello altitudine monte Fuji

La nona stazione è quella che ti separa dalla metà. Arrivo a 3600 metri, stremata. Un cartello mi comunica che mancano ancora 400 metri per 30 minuti di cammino, mi viene da piangere…400 metri se ci penso sono pochissimi, ma non qui, non ora.

“Forza Erika”, mi sono detta “ancora un piccolo sforzo”; ed è così che alzando la testa e distogliendo lo sguardo dal terreno che stavo calpestando iniziai a vedere che le cose stavano cambiando. Il buio non era più buio e tutto stava a poco a poco cambiando. Muovevo la testa in ogni direzione per non perdere nulla di ciò che vedevo…camminavo anche all’indietro per non perdere niente di tutto quello che stava a poco a poco accadendo.

Proseguo con Luca sempre al mio fianco, instancabile maratoneta che fa il tifo per me. In prossimità della vetta incontriamo il Tori, la classica porta giapponese che segna l’entrata in un luogo sacro ed effettivamente tutto quello che stava accadendo attorno a me era qualcosa di sacro, qualcosa che difficilmente potrò dimenticare. Non credevo di poter assistere ad uno spettacolo del genere perché IO un’alba così non l’ho davvero mai vista e non ci sono parole o fotografie che possano trasmettere quello che chi ha scalato la vetta ha visto e vissuto.
Ero arrivata alla meta alle 5.30 del mattino, ma ero lì, infreddolita e incredula ma felice come non mai. Ce l’avevo fatta.

Anche le decine di chiassosi turisti che erano arrivati come noi fin lassù non mi disturbavano in quel momento e in quel momento, mentre il mio sguardo spaziava sopra le nuvole ho capito quanto sia vero il detto che non è importante l’arrivo ma il percorso che si fa per arrivare alla meta….alba su monte Fuji

Ora però restava la discesa da affrontare.
Ci siamo rimessi in marcia quasi subito, anche perché il freddo e la gente oramai troppo chiassosa erano diventati insopportabili.
La discesa si svolge lungo un percorso obbligato e richiede meno tempo, circa 3-4 ore di zig zag. Anche in questo caso mi sembrava di non arrivare mai; ormai mi muovevo per inerzia, le gambe erano due pezzi di legno, ma alle 9.30 circa eravamo di nuovo alla quinta stazione dove abbiamo ritrovato anche gli altri compagni di viaggio.

Una fatica immane, ma quella meraviglia resterà per sempre con me; anche adesso se chiudo gli occhi tutto quello che ho visto è ben scolpito nella mia  mente, un regalo che mi sono fatta con le mie forze e per questo ancora più bello;ma nonostante l’esperienza indimenticabile penso che il detto : “Chi scala il Monte Fuji una volta nella vita è un uomo saggio e chi lo scala due volte è un pazzo” mi calza a pennello perché la mia è e resterà una esperienza irripetibile….ma non potrei pensare di rimettermi in marcia.

Consigli per la scalata:

Abbigliamento:

cartello MF

Scalata al Monte Fuj

scarpe da trekking
pantaloni pesanti
maglia manica corta
maglione
giubbotto antivento
sciarpa
guanti
cappello o passamontagna
bastoncini per salire, ma soprattuto per scendere

Cosa mettere nello zaino:
Zaino con bottiglia acqua e cibo (onde evitare di pagare più del dovuto nei rifugi che si trovano lungo la traversata).
Barrette energetiche, certo non ti sfamano….ma ti sostengono.
Cambio scarpa, così alla fine ti togli le scarpe da trekking ….tenerle fino a Tokyo è impensabile.
Buste di plastica dell’immondizia, molto utili pe ripararsi dal vento. PS: Il mio compagno di scalata maratoneta aveva un sacco della “rumenta” addosso 🙂
bibite super energizzanti che usano i runner e che si possono trovare da decathlon.

Ecco alcuni consigli fondamentali (che io non ho seguito) per chi volesse intraprendere questa meravigliosafollia“,::
Punto 1l’abbigliamento giusto è fondamentale; quindi abbigliamento tecnico che lasci traspirare il sudore alla partenza ma che sia in grado di trattenere il calore non appena il freddo diventa pungente. Scarpe da Trekking comode, preferibilmente già collaudate per evitare le vesciche.
Se non volete infierire troppo sulle ginocchia vi consiglio anche i bastoncini da trekking  che in certi momenti della salita e soprattutto per la discesa si riveleranno di grande aiuto. Ovviamente non avevo neanche quelli e la discesa l’ho fatta alternando una camminata sostenuta a dei capitomboli pazzeschi che mi hanno permesso di tirar su talmente tanta terra e fango tanto da cambiare il colore dei vestiti che indossavo.

Il consiglio di chi l’ha fatto:
Se da un lato  cenare, intrattenersi con i gestori e dormire presso il  rifugio Sato Yamagoya è stata un’esperienza divertente dall’altra posso suggerirvi di partire un po’ più tardi da Tokyo e arrivare pronti per iniziare il tutto. In questo modo potrete risparmiare 7000 yen perché questo è il costo del rifugio, compresivi di cena, posto letto e bento (una sorta di pranzo al sacco che ci viene dato in partenza).

Per chi non avesse l’attrezzatura in valigia, il rifugio noleggia tutto, ma proprio tutto. Non dimenticate che difficilmente troverete scarpe oltre il numero 42.

Quando scalare il monte fuji:
I mesi giusti per la scalata al Fuji sono luglio e agosto, farlo fuori da questo periodo è pericoloso a causa dell’imprevedibilità dei fenomeni atmosferici e della chiusura dei punti di ristoro che si trovano nelle varie stazioni.

Qui il Link per i Bus ;  Qui gli orari ; Qui dove dormire e Qui info utili generali

Per mangiare mangiare:
Alla quinta stazione (quella dove arrivi con il bus) è pieno di localini utili per chi parte e per chi ritorna.
In alternativa ti puoi fermare nei rifugi che incontri nella salita, alla varie stazioni.

Buona scalata, ci si vede in cima!

Se avete domande sono lieta di potervi rispondere: erikadellargo@hotmail.it

 

4 thoughts on “Giappone: la scalata al Monte Fuji

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