Champasak: l’ingresso in Laos del Sud via terra.

E’ una calda e umida mattina di gennaio quando attraversiamo a piedi il confine di Vang Tao, lasciandoci alle spalle la Thailandia per entrare in Laos.

A piedi si percorre un tunnel sotterraneo di cemento grigio a due corsie, una in entrata e l’altra in uscita, diviso da una ringhiera di tubulari in ferro grezzo alta fino al soffitto, una struttura fredda e impersonale che evoca i trascorsi drammatici di quei territori che ancora faticano a dissolversi.

Emergendo dall’altro lato hai la sensazione di essere sospeso in un limbo temporale che oscilla tra passato, presente e un futuro che stenta ad approcciarsi, frenato dalle iniquità e da un potere politico ancora troppo stringente, ma hai la certezza di essere arrivato in un paese unico.

Passare dalla Thailandia al Laos è come andare a ritroso nel tempo; è il passaggio da un paese sempre in preda alla compulsione di modernità ad uno nel quale i contadini arano ancora con l’utilizzo dei buoi e le cure mediche sono, purtroppo, retaggio di pochi.

Per prima cosa bisogna sbrigare le pratiche di frontiera, pagare il visto e ricevere il permesso per poter restare nel paese, e solo dopo si può cercare un mezzo di trasporto per raggiungere la prima destinazione.

Gli uffici di frontiera sono allocati in un vecchio e fatiscente edificio, con finestre sali-scendi dai vetri scuri e sporchi e nessuna segnalazione all’esterno.

La poca luce lascia intravedere una sagoma che sta al di là del vetro. Consegnati i documenti  ad una mano che spunta da dietro quel  vetro scuro vediamo scomparire i nostri passaporti come se venissero risucchiati in un universo parallelo. Dopo alcuni lunghissimi minuti, le stesse braccia apparse dall’oscurità, quasi come in una rappresentazione teatrale, ci indicano con indice puntato verso la nostra destra, di recarci sul retro dell’edificio per poter ritirare i documenti, e, quelle stesse mani ci fanno cenno ad un cartellone posto sopra le nostre teste con indicati i prezzi da pagare sulla base della nazionalità di provenienza.

I passaporti, i moduli compilati, le fototessere, la tassa, tutto viene risucchiato nell’oscurità del vetro mentre noi veniamo invitati ad aspettare sul retro per la consegna dei documenti.

Sbrigate le formalità ci si immerge completamente e si respira da subito l’oramai famigliare atmosfera asiatica, calda pungente, a volte incomprensibile ma affascinante e trascinante.

Si attraversa il mercato zizzagando tra bancarelle, animali che scorrazzano liberi e venditori ambulanti che magri e forzuti, trascinano carretti colmi di merci tra le più variegate, frutta, verdure, oggetti mai visti. Un bambino sporco e scalzo fa cenno di andare verso la sua bancarella perché vuole vendere uno degli uccellini che ha in gabbia.

In Asia è molto comune avere e vendere uccellini. Si dice sia di buon auspicio pagarne la libertà, esprimendo un desiderio nel momento in cui lo si lascia volare. Ma pochi sanno che l’uccellino, oramai abituato a quelle sbarre di bamboo, tornerà nella sua piccola gabbia dopo un breve volo sui vicini alberi.

Market birds

Il parcheggio scarno e polveroso dei minivan di frontiera si trova in fondo alla via dopo il mercato.

La prima tappa di questo viaggio in Laos è Champasak, una cittadina alle porte del Wat Phu, ma per arrivarcic’è bisogno di uno stop-and-go.

Il primo mezzo di trasporto è un minivan collettivo diretto a Pakse, la “cittadina” più moderna in questa parte di paese dove si trova anche l’unico aeroporto del sud del Laos. Dal punto dove ci lascia il minivan in Pakse, svoltato l’angolo sulla base delle indicazioni dateci dal conducente, ci troviamo immersi dentro un altro mercato variegato e rumoreggiante, tra variopinti venditori ambulanti, galline, carretti colmi di merci e odori di pura Asia.

Scorgiamo il songhathew (taxi collettivo) dall’altra parte del mercato. Bisogna accordarsi sul prezzo in quanto la trattativa è d’obbligo da queste parti, e si inizia l’attesa. Non esistono orari di partenza ma tutto si muove in funzione della regola “fuller is better“: finché il mezzo non sarà colmo, anzi stra-colmo di persone e qualsivoglia altra merce, frutta, verdura, animali, valigie, motorini, biciclette non si parte. Ottimizzare ogni angolo di ogni mezzo di trasporto è una vera priorità da queste parti.

Ad ogni sosta effettuata dal songathew lo spazio diminuisce progressivamente fino a ritrovarsi letteralmente amalgamati in un impasto fatto di cultura, visi e profumi, in una miscela vitale e giocosa.

A Champasak si arriva dopo circa 2 ore di viaggio; è un villaggio dislocato lungo il Mekong  a 40 chilometri a sud di Pakse; un piccolo insediamento umano dove il ritmo della vita è gestito dalla luce del giorno e dalla stagione delle piogge. I suoi pochi abitanti, fatto salvo per qualche piccola attività commerciale (guest house, meccanico, food store) vivono quasi interamente di pesca e del riso che coltivano.

Per spostarsi basta noleggiare una bicicletta presso le guest house o altri noleggiatori in paese e prestando attenzione ad evitare le ore più calde della giornata. Da Champasak, ci si immerge nella vita rurale della zona, e in una decina di chilometri si raggiunge il sito del Wat Phu, un antico complesso religioso Khmer  posto su una collina.

CHAMPASAK INFORMAZIONI PRATICHE

DOVE DORMIRE

Ad oggi la struttura dove abbiamo aggiornato si chiama Residence Bassac, ed è davvero irriconoscibile per come sia cambiato (in meglio). All’epoca si chiamava Inthira,ed era un lodge di buon livello considerato il luogo. Era a gestione francese e i ragazzi parlavano qualche parola di inglese. La gestione francese aveva utilizzato una struttura fatiscente locale senza costruirne di nuove e aveva impiegato i ragazzi della zona dandogli un lavoro. Per questo gli ho conferito l’Icona People.

E’ composto da più distaccamenti di cui uno subito sopra il ristorante che funge anche da reception. L’altra sezione è situata dalla parte opposta della strada ed è una struttura tipo case di corte. Le camere interne hanno vista su un cortile con un prato che al momento del mio viaggio nel 2015 era utilizzato dai locali come cortile per gli animali domestici, e che a sua volta dava sul Mekong. Ad oggi questa struttura è decisamente di un livello superiore come potete vedere dal sito.
Consiglio FuoriMappa: svegliatevi con il primo canto del gallo e godetevi l’alba in quanto il sole sorge esattamente da questa parte, ed un alba sul Mekong non si dimentica facilmente…

DOVE MANGIARE

Sempre qui si ha la possibilità di mangiare davvero molto bene piatti della tradizione tipica laotiana.
Probabilmente oggi le cose sono cambiate ma nel 2015 non esistevano bottiglie di vino da queste parti ma quello che avevano veniva tenuto in grosse sacche tipo quelle di plasma che all’epoca mi aveva dato una sensazione un po’ “vampiresca” 🙂 ma in fondo il risultato non è stato così sgradevole ;). Da provare se ancora ce l’hanno!

COSA FARE

A Champasak una volta che il sole è tramontato non c’è molto da fare se non restare in uno degli sbocchi sul Mekong a scrivere un diario e sorseggiare una Lao Beer ghiacciata. Ma per chi ha voglia di passare una serata alternativa e fare qualche passo nell’oscurità è possibile raggiungere una palafitta aperta a tutti dove un intraprendente francese trasferitosi lì oramai da una decina d’anni, proietta ombre cinese e giochi di luce ripercorrendo alcune storie laotiane. L’ingresso costa pochi dollari ed il ricavato va a beneficio della popolazione locale.


Continua a leggere il racconto su:
Wat Phu il tempio della montagna patrimonio UNESCO:

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